PIETRAPERZIA. Notizia positiva in paese. Padre e figlio guariti dal Coronavirus.

PIETRAPERZIA. Notizia positiva in paese. Padre e figlio guariti dal Coronavirus.

PIETRAPERZIA. Sono il caposquadra della Forestale Antonio Giuseppe Panevino, 58 anni,  e suo padre Giuseppe di 88.  Dopo la loro guarigione, in paese come numero di contagiati da Covid 19 siamo, per fortuna, a quota zero.   Antonio Panevino è tornato nella sua casa di via Angela Vitale – una traversa di via Verdi – a rivedere i suoi cari. Suo padre invece è stato trasferito dall’ospedale  “Umberto I” di Enna al “Branciforte Capra” di Leonforte per altre patologie in corso. Antonio Panevino è stato ricoverato all’ospedale “Umberto I” di Enna 34 giorni mentre suo padre Giuseppe 30 giorni. Panevino padre era stato successivamente trasferito all’ospedale “Branciforti Capra” di Leonforte, contestualmente alla signora Maria Di Gregorio trasferita all’ospedale “Chiello” di Piazza Armerina e  morta per Coronavirus nell’ospedale piazzese. A raccontarci la “disavventura” e lo scampato pericolo è Antonio Panevino. Queste le sue parole: “Io ogni giorno andavo all’ospedale di Enna, reparto Medicina Interna, a visitare mio padre che era stato ricoverato tempo prima. Era lo stesso reparto dove era ricoverata la nostra compaesana Maria Di Gregorio. Lei, purtroppo, è poi deceduta all’ospedale “Chiello” di Piazza Armerina. La Di Gregorio e mio padre sono stati poi trasferiti perché Medicina Interna dell’Umberto I di Enna  doveva essere riconvertito a reparto anti-Covid 19”. Antonio Panevino aggiunge: “La signora Maria Di Gregorio, nell’ospedale ennese, era nella stanza accanto a quella di mio padre. Anche alcuni sanitari e dei pazienti sarebbero stati contagiati dal Coronavirus”. Cosa dichiara Antonio Panevino a nome personale e di suo padre a proposito dello scampato pericolo? “Io sulle prime non ci facevo caso. Io ho cominciato ad avvertire i primi sintomi sabato pomeriggio 21 marzo; mi mancava il fiato, non avevo ossigeno ed avvertivo un po’ di febbre. Siccome era da un mese che andavo e venivo tutti i giorni dall’ospedale, avevo preso diversi appuntamenti per sabato pomeriggio e sabato sera”. “Quando ho cominciato ad avvertire questi sintomi – aggiunge Antonio Panevino –  mi è venuto il dubbio di una mia eventuale positività al coronavirus e mi sono posto il problema dell’eventuale pericolo della trasmissione del contagio da coronavirus alle persone con cui avevo fissato gli appuntamenti. Ho preferito chiudere il mio telefonino per far sì che le persone non mi potessero rintracciare. L’indomani mattina, domenica 22 marzo, alle ore 5,30, io sono partito con la mia macchina per il pronto soccorso dell’ospedale “Chiello” di Piazza Armerina senza dire niente a mia moglie; pensavo di non potercela fare ad arrivarci perché non avevo fiato completamente. Arrivato al nosocomio piazzese, non potevo scendere nemmeno dalla macchina e nemmeno sorreggermi in piedi e volevo chiedere aiuto ma, fuori dall’ospedale, non c’era nessuno. Per fortuna sono arrivato al pronto soccorso e, dopo gli accertamenti  a cui sono stato sottoposto – tra cui la Tac e l’analisi del sangue – sono stato trasportato con l’ambulanza, nello stesso giorno domenica 22 marzo,  all’”Umberto I” di Enna dove sono stato ricoverato. Sono stato dimesso il 24 aprile, dopo 34 giorni di ricovero Certamente sono stati momenti terribili”. Antonio Panevino continua: “Mio padre, risultato negativo ai tamponi, non poteva stare più nel reparto Covid 19 e quindi è stato trasferito per altre malattie all’ospedale Branciforti Capra di Leonforte, reparto ‘Medicina Interna”. E continua: “In tutto questo tempo, nonostante fossi ricoverato nello stesso reparto, io non potevo vedere mio padre. Lui, a detta del primario, era gravissimo. Per fortuna è riuscito a superare il Coronavirus nonostante avesse tanti altri malanni”. Antonio e Giuseppe Panevino hanno tenuto per diversi giorni la maschera dell’ossigeno. Panevino figlio è stato  ricoverato in terapia semi-intensiva per circa 17 giorni”. Antonio, cosa ti senti di dire dopo lo scampato pericolo? “Innanzitutto ci vuole molto coraggio e determinazione. mancano gli affetti. Un motivo in più per cui mi sono preso di coraggio”. Antonio Panevino, con un nodo alla gola, continua: “Quelle sere, quando avevo la febbre alta e mi sentivo mancare l’aria, pensavo ai miei familiari e alla probabilità che non li avrei potuti più rivedere. Per fortuna il sabato pomeriggio ho chiuso il telefono; il mio unico pensiero era che avrei potuto contagiare gli altri. In un primo momento diversi  mi hanno rimproverato per non avere risposto alle loro chiamate. Tanti altri mi hanno ringraziato. Io ci penso e continuo a commuovermi”. E aggiunge: “Quando mi hanno portato in terapia semi-intensiva posso dire di avere assistito ad un miracolo; ho visto, nella mia stessa stanza, una persona intubata che non respirava autonomamente con febbre altissima e con la tosse molto intensa. Ho sentito dire che con lui dovevano attuare la terapia sperimentale per l’artrite reumatoide. Io pregavo per questa persona. Pensavo e speravo che arrivasse da un momento all’altro questa terapia. Il giorno dopo è arrivata la terapia e gliel’hanno somministrata due volte: in tarda serata e dopo dodici ore la mattina successiva. Alla seconda somministrazione, quest’uomo è ‘risuscitato’. Quel signore è ancora ricoverato in ospedale ma il risultato di un tampone è negativo e si è ripreso alla grande. Per me, questa terapia dell’artrite reumatoide, ha compiuto un miracolo. Si passano momenti molto brutti. dalla stanza non si può uscire e non si possono avere contatti con nessuno. Quando entrano, vedi soltanto persone ‘incappucciate’. Io, diverse volte, non riuscivo a distinguere e a riconoscere il primario, il dottore Luigi Guarneri. Il mio grazie al primario e a tutti i sanitari, ausiliari e infermieri e alle persone che vengono a sanificare le stanze, tre, quattro volte al giorno. Anche loro, con un po’ di paura, fanno il loro dovere con cuore ed infondendo coraggio e dando conforto alle persone”. Antonio Panevino continua: “Io ero ricoverato prima al reparto Covid e poi in terapia semi-intensiva. Anche i sanitari ed il personale dei reparto, prima di entrare, venivano sanificati per evitare che potessero entrare eventuali agenti patogeni. Desidero ringraziare anche la mia famiglia. Loro, nel momento in cui hanno saputo della nostra positività al coronavirus, si sono messi in contatto con il sindaco di Pietraperzia Antonio Bevilacqua e hanno dato l’autorizzazione a fare i nostri nomi per mettere sul chi vive eventuali persone che avevano avuto contatti con me, perché tali persone prendessero le dovute precauzioni. E conclude: “Ringrazio il sindaco Antonio Bevilacqua e tutti i pietrini per la solidarietà che ci hanno dimostrato. Ringrazio anche gli amici che si sono messi a disposizione considerato che mia moglie e i mie figli, in quarantena, non si potevano muovere da casa”. Il sindaco di Pietraperzia Antonio Bevilacqua dichiara: “Faccio gli auguri a nome di tutta la cittadinanza per questa bellissima notizia che ci ha raggiunto nei giorni scorsi e per la quale siamo particolarmente contenti. La situazione che si erano trovati ad affrontare questi nostri due concittadini era paradossale; quella di essere contagiati in ospedale così come avvenuto per la signora Maria Di Gregorio”. “Siamo doppiamente felici per questa notizia e  mando, a nome di tutta la cittadinanza,  un caloroso abbraccio a loro e ai familiari che sono stati costretti a subire questa lontananza. La cosa brutta di questa malattia è anche il fatto che non solo si è ammalati ma si deve anche stare lontani  dalle proprie famiglie e dai propri affetti”. Il sindaco Antonio Bevilacqua conclude: “La famiglia ha sofferto particolarmente e moralmente ma non fisicamente per i loro congiunti e, per fortuna, adesso si potranno riabbracciare. In questo caso è veramente una storia a lieto fine. Ad oggi, per quanto riguarda le persone residenti a Pietraperzia, non abbiamo nessun caso di Coronavirus”. GAETANO MILINO

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