Siciliani e Sicilianità- Le fave e il loro significato simbolico di legame trai i vivi e i morti

Siciliani e Sicilianità- Le fave e il loro significato simbolico di legame trai i vivi e i morti

Baccelli e fave

Uno degli ortaggi più consumati in primavera è la fava. Un antico detto siciliano recitava: “Aprili favi chini, s’un su ccà su a li marini” indicando il periodo in cui le fave sono pronte: ad aprile nelle zone marine, mentre nelle zone interne nel mese di maggio. Essiccata, la fava è consumata tutto l’anno. La pianta delle fave è originaria dell’Asia Minore e da secoli è ampiamente coltivata per l’alimentazione umana e animale (foraggio). Oltre ad essere un cibo prezioso, nella cultura agro-pastorale siciliana le fave hanno un importante significato simbolico. La fava, dal latino faba e dal greco kúamoi, era una pianta molto rispettata dagli antichi perché ritenuta consacrata agli Dei.

Fave

Per le popolazioni egizie erano considerate come il simbolo dell’incarnazione tanto da chiamare “campo di fave” il luogo in cui le anime soggiornavano in attesa di reincarnarsi. I sacerdoti egiziani la consideravano immonda, poiché mangiandolo, si sarebbero cibati delle carni dei propri cari. Ai discepoli di Pitagora, come agli adepti dei culti orfici, era assolutamente vietato mangiare fave perché equivaleva a divorare i propri genitori e significava interrompere il ciclo della reincarnazione. I pitagorici provavano nei loro confronti un vero e proprio orrore poiché la fava ha uno stelo privo di nodi grazie al quale essa diventa un mezzo di comunicazione privilegiato tra l’Ade e il mondo degli uomini, strumento quindi di metempsomatosi (passaggio da un corpo ad un altro) e del ciclo delle nascite. Secondo Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) le fave contenessero le anime dei morti, e per questo motivo erano utilizzati nei Misteri di Dionisio e di Apollo, come pure nei vari culti dei morti. Per i greci le fave restavano il simbolo “dei defunti” ma si dovevano mangiare poiché trasmettevano la loro benedizione.  Per i romani erano sacre ai morti e si ritenevano che ne custodissero le anime. Ne facevano grande uso, anche crude con l’intero baccello (quando erano molto tenere). Però le consumavano soltanto in occasione di riti funebri.

Fiori

Probabilmente queste credenze erano legate ai caratteri botanici della pianta: il fiore di fava, da cui si sviluppano i baccelli contenenti i semi, è bianco maculato di nero, colore insolito nel mondo vegetale e per tradizione associato alla morte. Le macchie nere sui petali dei fiori delle fave erano considerate un lugubre segno dell’aldilà, anzi si pensava che le anime vaganti dei defunti albergassero proprio in quei fiori maculati. Nell’antica Roma, durante le celebrazioni della Dea Flora, protettrice della natura, vere e proprie cascate di fave erano riversate come buon auspicio sulla folla in festa. I Romani la offrivano inoltre col lardo agli dei e il nome stesso della gens Fabia sembra derivi da questo legume.

Nella cultura agro-pastorale siciliana questo legume rappresentava un tramite con aldilà, il legame tra i vivi e i morti. Difatti in molte parti della Sicilia le fave secche, bollite da sole o con minestre, sono uno dei cibi tradizionali dei morti, che è consumato nel giorno della Commemorazione dei Defunti (2 novembre). Nel libro “Spettacoli e feste popolari siciliane” l’antropologo Giuseppe Pitrè riporta l’antica credenza secondo cui «gli antichi le fave contenevano le anime dei loro trapassati: sacre ai morti essendo le fave, e credendosi di vedere ne’ fiori di essi certi caratteri neri neri (indizi di lutto) che si attribuivano agli dei infernali». Esiste una relazione molto stretta tra i morti e il cibo: cibarsi delle fave nel giorno in cui si ricordano i propri cari, è come ricostituire una continuità tra la vita e la morte. In quanto simbolo delle anime defunte, cibarsi delle fave è come un incorporare i morti, facendoli così rinascere.

L’importanza simbolica delle fave nella vita quotidiana dei siciliani si evidenzia anche in alcuni riti propiziatori che le donne mettevano in atto al momento della nascita di un neonato.  In “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, Pitrè riporta una filastrocca che nel Circondario di Modica veniva recitata dalla donna più anziana presente al momento della nascita di un bambino, dopo aver posto nove fave nere sul tavolo. Serviva per accattivarsi la simpatia delle “Donne di fora” benigne:

Favi favuzzi,

Ch’hannu niuri li ‘uccuzzi!

E viniti cu lu suli,

Cà la menza è priparata;

E faciemucci anuri

A lu figghiu e a la figghiata!”.

Altro rito propiziatorio con le fave, legato al sesso del nascituro, si svolgeva durante la festa di san Giovanni battista (24 giugno). Presa una fava cruda, una donna gravida andava a posizionarsi davanti alla porta, buttando la fava all’indietro: se il primo a passare dopo l’atto era un uomo il bimbo sarebbe stato maschio, se era una donna sarebbe stata femmina. La prova andava ripetuta tre volte.

Fonti: Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, 78-79 d.C., liber XVIII, 117-118; “Dizionario mitologico, ovvero Della favola, storico, poetico, simbolico, ec…” opera del sig. abate Declaustre tradotta dal francese, Napoli, 1834, tomo III; Giuseppe Pitrè, “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, vol.II, ristampa all’edizione di Palermo 1870-1913; Giuseppe Pitrè, “Feste popolari siciliane”, Brancato Editore, 2003.

Rita Bevilacqua

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