I Barresi di Pietraperzia. L’ascesa di una corte feudale tra Medioevo e Rinascimento.

I Barresi di Pietraperzia. L’ascesa di una corte feudale tra Medioevo e Rinascimento.

di Salvatore Marotta

I Barresi, famiglia di antica e nobile stirpe normanna, giunsero in Sicilia dalla Francia intorno al 1061 con il capostipite Abbo o Abbone I, cavaliere al seguito del gran conte Ruggero. Per i meriti conseguiti nella liberazione dell’isola dal dominio islamico, Abbo ottenne vasti possedimenti e la signoria di Pietraperzia, centro dell’entroterra siciliano. Nel “Libro di re Ruggero” del geografo arabo Al Idrisi, pubblicato nel 1154, il castrum di Pietraperzia veniva definito “robusto castello e ben saldo fortilizio, ha confini molto estesi, floridi distretti e abbondanti acque.” Costruito su un’altura che domina il paese, in posizione strategica sulla sottostante vallata del fiume Salso, gli studiosi concordano che lo stesso toponimo di Pietraperzia (Petra Perciata) sia da riferirsi proprio alla rupe su cui sorge il castello, caratterizzata da ambienti ipogei etombe castellucciane.

Nel corso dei secoli, pur nel complesso delle successioni dinastiche, grazie ad un’accorta politica e ad un abile intreccio, tramite i matrimoni, con le famiglie della più alta aristocrazia siciliana e non, i Barresi aumentarono il loro dominio su molti territori della Sicilia, mantenendo sempre come fulcro il castello di Pietraperzia. Nel corso del tempo, la famiglia Barresi potè annoverare molti personaggi che si distinsero ricoprendo prestigiosi incarichi a livello politico, giudiziario e militare. Ma è a partire dalla seconda metà del Quattrocento, con le figure di Giovanni Antonio II e soprattutto del figlio Matteo, che avviene un vero e proprio salto di qualità nell’ascesa sociale e nel prestigio della famiglia. Giovanni Antonio II, primogenito di Giovanni Antonio I e di Caterina Ventimiglia, nacque a Palermo nel 1440. Grazie al matrimonio con Laura Sottile e Cappello arricchì il proprio patrimonio d’importanti feudi e con privilegio datato 29 agosto 1470 ottenne il titolo di barone di Pietraperzia e Convicino (poi Barrafranca), ottenendo anche lui, come il padre, il mero e misto imperio, cioè la facoltà di esercitare la giurisdizione civile e penale.

Dopo un breve periodo trascorso a Palermo, Giovanni Antonio e la moglie decisero di stabilirsi nel castello di Pietraperzia. Fu proprio grazie a questa decisione e all’opera intrapresa da Giovanni Antonio e continuata poi con maggior vigore dal figlio Matteo, che il castello mutò radicalmente la sua immagine, da austera fortezza medievale divenne una ricca ed elegante dimora, sede di un’intensa vita di corte. I maggiori interventi ricostruttivi coprono gli anni che vanno dal 1470 al 1530, al termine dei quali il castello, ormai ampliato, aveva assunto l’aspetto di un elegante palazzo rinascimentale.

Matteo Barresi impiegò buona parte della propria fortuna economica, incrementata
e resa più solida dal matrimonio contratto con Antonella Valguarnera, figlia del conte
di Assoro (si pensi che nel maggio 1518 la moglie di Matteo Barresi aveva prestato la
considerevole somma di 500 ducati per pagare i soldati di Ugone Moncada che
rientravano da Tripoli), nell’edificazione e decorazione della parte residenziale del
castello, che andava ad affiancarsi alla fortezza medievale. Tra le sale di maggior
pregio e rappresentative dell’intero complesso castellano meritano menzione la “sala
delle armi”, che comprendeva un’enorme quantità di armi, corazze e armature; al
livello del piano nobile vi era il “gran salone”, centro della vita di corte e ambiente di
rappresentanza dei Barresi. Presso la Galleria regionale Siciliana di Palazzo Abatellis
di Palermo si conservano tre preziosi pannelli in maiolica provenienti dal castello di
Pietraperzia che, con ogni probabilità, impreziosivano proprio il “gran salone”.
Meritano di essere citati anche la cappella di famiglia dedicata a S. Antonio Abate,
dotata di uno splendido portale in marmo bianco di Carrara attribuito ad Antonello
Gagini o alla sua scuola, di un soffitto ligneo a cassettoni e di dipinti realizzati
presumibilmente dal pittore Antonio Crescenzio; e il cortile, spazio distributivo
dell’ala residenziale del castello, su cui si affacciava un ricco apparato decorativo di
portali e finestre, poi smontato e collocato nel castello di Trabia. La parete che
delimitava lo spazio nord-orientale del cortile era la più spettacolare, caratterizzata
da una trama di bugne a punta di diamante. Proprio qui c’era l’ingresso del salone cui
si accedeva da una scala esterna citata dalle fonti come riccamente decorata. Da non
dimenticare lo studio, dove Matteo incrementò un’importante collezione libraria. La
grandiosità del castello di Pietraperzia ha fatto nascere la leggenda secondo cui esso
disponesse di 365 stanze, quanti i giorni dell’anno, si elevasse su quattro piani, quante
le stagioni e avesse 12 torri, quanti sono i mesi. Fino alla metà dell’Ottocento, il
castello era ancora in buono stato di conservazione. Poi gli ultimi proprietari
cessarono le opere di manutenzione e iniziò una rovinosa decadenza in cui il castello
venne anche spogliato dei suoi elementi decorativi.

Oggi si presenta come un imponente insieme di ruderi. Per fortuna, negli anni Novanta, sono stati eseguiti dei lavori di consolidamento. L’attività edificatoria di Matteo – che nel 1526 era stato
elevato al titolo di marchese – interessò anche la rifondazione dell’antica Chiesa
Madre, la costruzione della chiesa e del convento dei domenicani (la chiesa prese in
seguito l’attuale titolo di Madonna del Rosario) e del convento francescano di Santa
Maria del Gesù. Questo personaggio poliedrico fu anche un raffinato committente di
opere d’arte ed ebbe rapporti, come già si è visto, con alcuni tra i più prestigiosi artisti
del tempo, tra cui lo scultore ed architetto palermitano Antonello Gagini e il pittore
Antonio Crescenzio. Da colto mecenate quale fu, Matteo continuò il rapporto, già
iniziato dal padre, con gli umanisti e letterati Lucio Cristoforo Scobar e Nicolò Valla,
quest’ultimo autore del primo vocabolario latino-volgare edito in Italia. Insomma,
siamo in presenza di una corte aristocratica che vede l’agire di famosi artisti e letterati
del tempo. Il fervore costruttivo del marchese e la sua incessante opera di
autopromozione sociale non si limitarono, ovviamente, alla sola Pietraperzia. Matteo
non trascurò i suoi possedimenti a Palermo, dove acquistò diversi immobili e dove la
famiglia vantava da tempo la propria “Domus Magna” ubicata nel quartiere della
Kalsa. Matteo Barresi fu attivo anche nei feudi di sua proprietà, a cominciare da
Convicino, a cui il marchese, in un periodo compreso tra il 1527 e il 1529, darà la nuova
denominazione di Barrafranca, nome legato alle franchigie fiscali concesse (barriera
franca) per promuovere il ripopolamento del vicino centro.

A Matteo successe il figlio Girolamo, la cui figura raffinata di colto mecenate e di uomo
d’azione insofferente all’autorità paterna è fortemente offuscata dal parricidio di cui
venne accusato e per il quale subì la condanna a morte nella piazza Marina di Palermo.
Girolamo, in seconde nozze con Antonia Ademar Santapau e Branciforti, figlia di
Ponzio, principe di Butera e di Isabella Branciforti, aveva avuto tre figli: Dorotea,
Pietro e Virginia. Dopo la condanna a morte del genitore, Pietro subentrò nei titoli e
nei feudi nel novembre del 1550. Con lui i Barresi, con diploma reale di Filippo II
rilasciato il 22 dicembre 1564, raggiunsero il grado più elevato della nobiltà con il
titolo di principe. Si consideri che prima di lui questo titolo era stato conferito soltanto
ad Ambrogio Santapau e Branciforti, principe di Butera e a Carlo Aragona e Tagliavia,
principe di Castelvetrano. Pietro fu un vero signore rinascimentale, amante della
cultura e dell’arte, appassionato bibliofilo e cultore di diverse discipline, tra cui
l’astronomia e l’astrologia, quando questa materia era considerata una vera scienza,
tanto da essere definito dall’erudito palermitano Filippo Paruta “astrologo
eccellentissimo”. Allievo, come già il padre, del famoso scienziato e matematico
Francesco Maurolico (Messina, 16 settembre 1494 – Messina, 22 luglio 1575) autore
di numerose opere, una delle quali dedicata a Girolamo, precisamente i libri XIII, XIV
e XV degli Elementa di Euclide, Pietro ottenne diversi riconoscimenti e incarichi di
prestigio, tra cui cavaliere dell’Ordine equestre del Toson d’Oro, strategoto di
Messina, capitano generale delle truppe di Sicilia. Nel 1553 aveva sposato Giulia
Moncada, appartenente ad una delle più influenti famiglie della nobiltà siciliana, figlia
di Francesco, conte di Paternò e Caltanissetta e di Caterina Pignatelli. Alla corte dei
Moncada di Caltanissetta era nata la scuola madrigalistica siciliana e tramite Giulia
questo genere musicale, che si accompagnava ad un testo poetico, venne introdotto
nel castello di Pietraperzia.

Pietro Barresi scomparve prematuramente all’età di 36 anni, colpito da un fulmine
all’interno del suo castello. Poiché non aveva avuto figli, gli subentrò nel principato la
sorella Dorotea. Con la morte di Pietro s’interrompeva la linea maschile dei Barresi e
dopo Dorotea i titoli passeranno alla famiglia Branciforti. Con Dorotea Barresi e con il
figlio Fabrizio la famiglia toccherà l’apice della fortuna e dell’ascesa sociale. Dorotea
ebbe tre matrimoni: in prime nozze sposò Giovanni IV Branciforti, conte di Mazzarino
e di Grassuliato, da cui ebbe l’unico figlio. Rimasta vedova nel 1555, si risposò nel 1567
con il marchese Vincenzo Barresi e Branciforti, appartenente al ramo dei Barresi
insediatosi a Militello Val di Catania. Lo sposo era più giovane di Dorotea di ben
diciassette anni. La sfortuna volle che questo secondo matrimonio durasse un solo
giorno. Infatti, trascorsa la prima notte di nozze, il giovane sposo l’indomani fu trovato
morto, lasciando dubbi, sospetti e interrogativi che non sono mai stati chiariti.
Dorotea non si scoraggiò e avendo chiara la strategia familiare e l’accorta gestione del
potere, perseguì l’obiettivo di unificare il patrimonio dei Barresi di Pietraperzia con
quello dei Barresi di Militello, combinando il matrimonio di suo figlio Fabrizio con la
cognata Caterina Barresi, sorella di Vincenzo e sua unica erede.

Negli anni a seguire si crearono le condizioni per il terzo matrimonio di Dorotea con
Juan de Zuniga y Requesens, rappresentante della più prestigiosa nobiltà spagnola. La
fonte ispiratrice di questo matrimonio è verosimile individuarla nella corte dei
Moncada di Caltanissetta, famiglia originaria della Spagna e imparentata sia con gli
Zuniga che con i Barresi. Gli Zuniga appartenevano alle famiglie titolate come
“Grandes de Espana de primera grandeza”, in sostanza il titolo aristocratico più
elevato nella struttura gerarchica della Spagna. Dorotea diventava pertanto tra le
figure più importanti dell’aristocrazia europea, prima nobildonna siciliana “Grande di
Spagna”. Le nozze vengono datate al 26 gennaio 1573. In seguito al matrimonio,
Dorotea soggiornò fino al 1579 a Roma dove il marito svolse in quegli anni il
prestigioso incarico di ambasciatore presso la Santa Sede, andando a sostituire nella
funzione il fratello maggiore Luis, che poi avrà un ruolo da comprimario, accanto a
Giovanni d’Austria, nella storica battaglia di Lepanto. Per tutta la vita i due fratelli
furono tra i più stretti collaboratori e consiglieri del re. Stiamo parlando dei livelli più
alti della politica e della diplomazia, basti pensare che il successo diplomatico che
portò alla costituzione della “Lega Santa” ispano-veneto-pontificia contro la minaccia
ottomana, premessa logica e necessaria della vittoria di Lepanto, aveva visto come
protagonista proprio il fidato ambasciatore di Filippo II, Juan de Zuniga. Nel novembre
del 1579 lo Zuniga ricevette dal sovrano la nomina di vicerè di Napoli, altro
straordinario riconoscimento alle sue doti di ottimo consigliere e uomo di Stato. La
coppia Zuniga-Barresi andò a vivere nel palazzo reale e rimase a Napoli fino all’11
novembre 1582, lasciando un ricordo incancellabile nei sudditi per l’opera svolta.

Come scrisse il Parrino “portò seco i cuori di tutti, perché tutti teneramente
l’amavano, a riguardo della sua straordinaria bontà, alla quale corrispondeva quella
della principessa sua moglie…”. Dopo Napoli, Dorotea seguì il marito a Madrid dove
Filippo II affidò allo Zuniga incarichi di altissimo livello nel quadro del governo e della
corte. Alla morte del marito, avvenuta nel 1586, Dorotea rimase per qualche tempo
nella corte di Spagna, sempre benvoluta dai sovrani, con il compito di seguire le infanti
reali Isabella e Caterina, ma poi preferì tornare nell’amata Pietraperzia, nell’antico
castello barresio. Qui si spense nel 1591 e le sue spoglie mortali riposano nella Chiesa
Madre di Pietraperzia in uno splendido sarcofago che richiama quello di Federico II. Il
figlio Fabrizio fece incidere sul sarcofago la seguente dedica (traduzione dal latino):
“A Dio Ottimo e Massimo. A Dorotea Barrese e Santapau, seconda principessa di
Pietraperzia e terza principessa di Butera, nella sua vita a Roma e a Napoli rappresentò
degnamente la regina: fu preposta presso il re all’educazione del figlio di costui che
presto portò il nome di Don Filippo III. Quest’alto onore lei svolse con somma fedeltà
e compiacenza, come una seconda madre e fu annoverata tra i grandi di Spagna.
Lasciò inoltre, ai posteri, esempio di gloria e di fama. Ora che è morta, dopo il corso
di tanti onori, che nessun siciliano mai conobbe prima di lei, se non fu deposta in un
luogo illustre com’era conveniente, fu, però, deposta in luogo decoroso. Fabrizio
Branciforte-Barrese-Santapau, figlio unico di grande madre collocò questo
monumento segno di pietà e di venerazione nell’anno 1591. Visse 58 anni.”
Fabrizio Branciforti ricevette un patrimonio immenso che riuniva i lasciti delle famiglie
Barresi, Branciforti e Santapau e collocava i suoi domini all’ottavo posto a livello
europeo. Il figlio di Fabrizio, Francesco, che la nonna Dorotea, con la solita e
lungimirante strategia politica aveva portato con sé presso la corte madrilena per
esservi educato, avrebbe sposato Giovanna d’Austria, figlia dell’omonimo eroe di
Lepanto.

A conclusione di queste note, potremmo dire che anche in questo caso la storia deve
essere riscritta. Bisogna rimettere le cose a posto riportando in piena luce personaggi
e luoghi che gli “storici” hanno colpevolmente relegato in secondo piano o addirittura
nel dimenticatoio, quando invece sono stati di prima grandezza non solo nella storia
siciliana, ma hanno addirittura giocato un ruolo cruciale nello scacchiere europeo.
Facciamo nostra la riflessione di quel grande storico e studioso che fu il dott. Angelo
Li Gotti, che in un suo scritto sul castello di Grassuliato e il suo territorio (sito che
proprio a Li Gotti deve la restituzione del nome e la sua dignità storica) così
concludeva: “ I centri minori sono solo disdegnati dai pavidi e dai superficiali, quasi
l’apporto creativo dell’entusiasmo umano potesse conoscere un limite dal campo in
cui è esercitato, mentre proprio per questi le fonti e i documenti sono rari, ed anche
quando esistono, bisogna ricercarli con molta pazienza, con grandi sacrifici e sciupio
di tempo, per mancanza di fonti e di bibliografia, a differenza dei centri maggiori, dove
tutto si presenta più chiaro e più semplice, ed il lavoro spesso si riduce ad una
semplice compilazione e tutto al più alla critica di alcuni testi. La storia della Sicilia
antica non si limita ai soli grandi centri, alle grandi città, alla sola Palermo, capitale del
regno per tanti secoli, ma anche a tutti gli altri abitati minori, ognuno dei quali per la
sua parte ha dato il suo contributo creativo, ha avuto una sua volontà, le sue
sofferenze e le sue gioie, e rappresenta nell’organismo della storia stessa una sua
parte, piccola o grande, importante o meno, ma sempre necessaria alla vita della
stessa, alla sua organicità, alla sua funzionalità e direi quasi al suo stesso
metabolismo.”
Salvatore Marotta

BIBLIOGRAFIA
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Siciliana, Assessorato dei beni culturali ambientali e della pubblica istruzione, Palermo
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Società Nissena di Storia Patria, Caltanissetta 2013.
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detta poi Barrafranca, attraverso nuovi documenti inediti (1091-1529), in Archivio
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LI GOTTI ANGELO, Su Grassuliato e su altri abitati dell’interno e sul significato del
nome “Bonifatius” rinvenuto al Casale, in Archivio Storico Siciliano, Serie III, Vol. IX,
Palermo 1959.
SCIBILIA FEDERICA, I Barresi di Pietraperzia. Una corte feudale in Sicilia tra Medioevo
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