I riti della Pasqua ebraica, rivisitati dagli alunni della 1A del plesso Don Milani

I riti della Pasqua ebraica, rivisitati dagli alunni della 1A del plesso Don Milani

Con l’avvicinarsi della Pasqua, il plesso Don Milani dell’Istituto Comprensivo “S.G. Bosco” di Barrafranca (EN), diretto dal dott. Filippo Aleo, ha organizzato alcuni eventi che hanno come scopo quello di far conoscere le tradizioni pasquali. Martedì 11 aprile 2017 gli alunni della 1A del suddetto plesso, guidati dalla prof.ssa Gina Patti, si sono occupati della Pasqua Ebraica, con uno studio preliminare di ricerca, analisi ed elaborazione di tutto ciò che concerne l’origine e i riti a essa connessi. I ragazzi spiegano cosa sia la Pasqua ebraica, chiamata Pèsach o Pesah, che dura otto giorni (sette nella sola Israele), la quale ricorda la liberazione del popolo israelita dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. La festa si svolge in famiglia e in questo periodo sono banditi i cibi lievitati. Questo richiama il rito agricolo, conosciuto come: festa del “pane non lievitato” (mazzot). Gli azzimi (assieme alle erbe amare) ricordavano sia il pane dell’oppressione mangiato per anni in Egitto, sia la liberazione tanto repentina da non consentire di far lievitare il pane. Tutti gli ebrei uccisero un agnello di un anno, consumarono il pasto in piedi con il bastone, pronti per la partenza, e segnarono con il sangue dell’animale le porte delle abitazioni. Così facendo tutti i primogeniti ebrei si sarebbero salvati dall’angelo inviato da Dio. Ancora oggi la Pasqua ebraica, che inizia con il plenilunio di marzo e dura per otto giorni, è celebrata seguendo antichi riti, come la cena rituale. In classe è stata ricreata una tavola della festa, ricca di cibi simbolici: il pane azzimo, pane non lievitato, che ricorda la fretta della partenza; l’agnello arrostito, poiché la notte della liberazione, oltre a mangiare l’agnello, col suo sangue segnarono le porte e gli stipiti delle case, così l’angelo del Signore vedendo quei segni, passò oltre risparmiando il popolo d’Israele dal castigo di Dio; le erbe rosse; un uovo che simboleggia la vita; le erbe amare che ricordano la sofferenza del popolo ebraico e si mangiano con il sale, l’aceto e la salsa charoseth, un miscuglio di noci, fichi, melograni, datteri, mele e vino rosso, che rappresenta i mattoni di argilla fabbricati dagli schiavi ebrei in Egitto. I ragazzi hanno rappresentato la cena come avviene in una famiglia ebraica. Il rito inizia con il riempire la prima coppa di vino, recitando il Qiddush, o preghiera di benedizione a Dio. La prima coppa di vino è quella che inaugura la notte, inaugura la festa, è la coppa di santificazione, di benedizione e di glorificazione a Dio per la festa che ha concesso. Si tratta di una notte diversa dalle altre perché il Signore, per mezzo di Mosè ha liberato il suo popolo dal giogo egiziano. In tutto saranno cinque le coppe di vino usato durante la cena. Le prime quattro indicano le quattro espressioni della liberazione dalla schiavitù: “Vi farò uscire”; “Vi salverò”; “Vi libererò”; “Vi prenderò”. La quinta coppa con l’espressione “Vi condurrò” è segno di un’altra liberazione, quella messianica, di cui essi sono ancora in attesa. I ragazzi si sono esibiti in diversi balli e canti, tra cui un ballo sulle note dell’inno “Oh God, You are my God”, la cui coreografia è stata curata dalla prof.ssa Concetta Ciulla. Per finire è stato intonato il canto EVENU SHALOM ALECHEM! Il tutto si è svolto grazie alla collaborazione degli alunni che hanno lavorato tanto per imparare parti e balli, dei genitori che si sono prodigati in tutto, dagli abiti, alla preparazione dei tavoli, alla realizzazione delle pietanze, e l’aiuto del personale ATA nella persona del sig. Giovanni Avola, Lillo D’Aiera e Angelo Russo. Un ringraziamento va anche alla prof.ssa Manuela Bentivegna che ha arricchito la classe con un enorme manifesto che raffigurava Mosè nell’atto di  separa le acque del mar Rosso,

Rita Bevilacqua

 

 

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