Da startup a scale up. Le sfide di oggi.

Da startup a scale up. Le sfide di oggi.

A marzo 2013 Beelie Kroes, commissario dall’Agenda digitale ha incaricato un gruppo di leaders nel campo dell’imprenditorialità tecnologica (The Startup Europe Leaders Club) di sviluppare una serie di punti per sostenere l’imprenditorialità e guidare la crescita dell’economia digitale in Europa da incorporare in un manifesto, il cosiddetto Startup Manifesto.

Dai primi risultati enunciati dal “A Manifesto for entrepreneurship and innovation to power growth in the EU” del settembre 2013, emerge uno dei principali problemi che oggi l’Europa si trova ad affrontare, ovvero la creazione di un ecosistema in grado di favorire lo sviluppo di nuove imprese destinate alla crescita e in grado di espandere il loro business a livello globale, così come avviene in altre parti del mondo, nella Silicon Valley in particolare. I Giganti dell’high tech non vivono in Europa e, anche quando nascono qui, crescono altrove.

Da questo nasce Startup Europe Partnership (SEP), la prima piattaforma europea, istituita dalla Commissione europea nel gennaio 2014 in occasione del World Economic Forum di Davos, dedicata a trasformare le startup europee in “scale up“.

Le scale up sono nuove imprese nate nel campo dell’hi-tech, che operano quindi in ambiti altamente innovativi e cercano di farsi spazio sui palcoscenici globali, i cui punti chiave che le caratterizzano (a differenza delle startup) sono: crescita dimensionale e validazione di mercato a livello internazionale.

SEP è guidata dal Mind the Bridge Foundation, una fondazione no-profit nata nel 2007 con sede in Italia e negli Stati Uniti, e la fondazione per l’innovazione inglese Nesta e fra i suoi sostenitori istituzionali ci sono fra gli altri l’European Investment Bank Group, la Cambridge University, la IE Business School e l’università tedesca HIIG Berlin.

Partecipando al programma SEP, le nuove aziende possono attuare e velocizzare questo processo di “scalata” grazie al supporto di imprese globali con cui instaurare partnership commerciali, attuare investimenti strategici aziendali, avere accesso alle migliori tecnologie e talenti attraverso appalti di servizi o prodotti e acquisizioni aziendali.

Negli ultimi anni, gli ecosistemi di avvio sono in crescita in quasi tutti i paesi europei e ce lo dimostrano i dati del primo SEP Report May 2014 sul fenomeno delle scale up in Europa, presentati da Alberto Onetti, chairman di Mind the Bridge.

I dati affermano che sono ben 990 le startup che hanno raccolto più di un milione di dollari negli ultimi tre anni. “Alcune di queste – ha sottolineato il manager – hanno la possibilità di diventare aziende guida dell’industria hi-tech globale ma non va dimenticato il fatto che c’è ancora un gap evidente fra l’ecosistema startup americano e quello europeo”.

Un risultato che si spiega in base ai numeri di nuove imprese capaci di scalare il mercato diventando player internazionali.

I risultati del primo report ci dicono inoltre che il paese più prolifico per le startup con oltre un milione di dollari di founding all’attivo è il Regno Unito, in cui sono nate un quarto delle nuove realtà censite dal SEP, seguito dalla Germania con una quota del 16%, dalla Francia con una quota all’11%. L’Italia si ferma invece al 5% del totale.

Le scale up italiane hanno raccolto 400 milioni nello stesso periodo, 28 volte in meno rispetto al Regno Unito che ha garantito alle sue scale up 11,1 miliardi, nonostante abbia un numero di scale up di 6 volte inferiore.

In base a quanto pubblicato dal SEP Monitor lo scorso novembre 2015, si aggiunge un nuovo tassello importante: il Portogallo. Infatti, dopo essersi risollevato dalla crisi finanziaria, il Portogallo sta rapidamente prendendo posto sulla mappa delle startup europee. Sebbene non possa essere ancora paragonato alle altre nazioni leader analizzate nei precedenti monitor, tuttavia mostra segnali incoraggianti di crescita. Sono state individuate 40 scale up che all’avvio hanno raccolto 1 milione di dollari ed hanno ottenuto almeno un round di finanziamento negli ultimi 5 anni.

Queste aziende hanno raccolto in totale oltre 166 milioni da fondi tramite venture capital, in media circa 4,2 milioni ciascuna.

Considerando inoltre la dimensione relativa dell’economia portoghese: il Pil ammonta a 230 miliardi di dollari, un valore 16 volte più piccolo della Germania e 9 volte inferiore rispetto a quello italiano. Quindi, facendo i conti, se in Portogallo ci sono 40 scale up con 166 milioni di dollari investiti, in Italia dovremmo averne 360 con 1,5 miliari di capitali raccolti. Invece siamo fermi ad una settantina per 400 milioni investiti.

La causa di ciò potrebbe essere inquadrata dai dati sul mercato dei venture capital e dei finanziamenti pubblici destinati alle startup (pubblicati anche su Startupitalia.eu da Tobia De Angelis Business Analyst di Lventure Group), infatti dai dati emerge un aspetto importante: il settore è sotto-capitalizzato. Infatti nel 2014 gli investitori istituzionali hanno investito 63 milioni in euro, il 23% in meno del 2013 e i dati del 2015 non promettono un’inversione del trend. “E’ un problema di maturità dell’ecosistema dell’innovazione” aveva detto allora Alberto Onetti, che aveva curato il SEP Report May 2014. “Siamo partiti in ritardo rispetto agli altri paesi, abbiamo in parte colmato il divario in termini di capacità di avviare imprese innovative e per creare aziende che riescano a crescere ci vuole tempo. Ma resto positivo”.

Questi sono dunque gli scenari degli ultimi anni: se da una parte l’ecosistema startup italiano continua a crescere, come dimostrano i dati diffusi dalla Camera di Commercio (che si riferiscono alle startup innovative iscritte al registro delle imprese del ministero dello Sviluppo Economico), sono nate 456 startup innovative in più a fine settembre 2015 rispetto a giugno, ovvero un aumento di più del 10%. D’altra parte si evidenzia un ritardo rispetto agli altri partner europei nell’impegno a trasformare queste startup in scale up in grado di farsi spazio tra i competitor globali. Questo carica ancora di più le responsabilità dell’Italia che deve saper giocare le sue carte per vincere anche questa sfida.

Antonio Pernagallo

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