La tradizione del GIOVEDI’ SANTO – LE FOTO

Il Giovedì Santo rappresenta l’inizio del “Triduo Pasquale”, ossia dei tre giorni più significativi, a livello liturgico, della Settimana Santa, che iniziano la sera del giovedì con la “Coena Domini”, continuano il venerdì con la meditazione sulla passione di Cristo e l’Adorazione della Croce, proseguono nella Veglia pasquale della notte del sabato e si concludono con la Messa solenne della domenica. In questi tre giorni, ai riti religiosi si mescolano tradizioni popolari, consolidate nel tempo. Caratteristica di questa giornata sono i “SEPOLCRI” allestiti in tutte le chiese. Si tratta di un altarino, o com’è definito nel documento del 1988 della “Congregazione per il Culto divino sulla preparazione e celebrazione delle feste pasquali” di una cappella della “REPOSIZIONE”, che deriva dal latino “repositorium”, che oltre al significato classico di riporre, ha anche quello di tomba (da ciò potrebbe derivare l’antico costume di chiamarlo sepolcro). Allestito o nell’altare maggiore o in uno degli altari laterali, al centro dell’altare viene collocato un tavolo o un altarino, su cui è posto il “Tabernacolo” dorato, contenente l’Eucarestia consacrata durante la messa; il tutto abbellito di piante e fiori. Gli elementi che caratterizzano il sepolcro sono: il “ pane” e il “vino”, in ricordo dell’ultima cena; il “Tabernacolo” contenente l’Eucarestia e infine i “fiori” e il lavuriddu”, che sono degli abbellimenti popolari di retaggio antico. Se da un lato il pane e il vino sono simboli della Passione, dall’altro i fiori e soprattutto u lavuriddu sono simboli della rinascita: i semi di grano germogliati al buio simboleggiano il passaggio dalle tenebre della morte alla luce della vita. Questo è ottenuto seminando, alcune settimane prima della Pasqua, in vasi o, come anticamente lo storico delle tradizioni popolari Giuseppe Pitrè descrive, in piatti di terraglia (quelli in cui le famiglie mangiavano) i semi di grano o di ceci, sopra uno strato di stoppa o canapa (ora si usa il cotone) mantenuto bagnato per far si che germogli e riposto al buio perché cresca di un bel colore giallo paglierino, evitando che la fotosintesi clorofilliana lo faccia diventare verde. Anche in questi piccoli accorgimenti, si nota il simbolismo che pervade l’intera preparazione: i semi sono simbolo di nascita, il buio simbolo delle tenebre della morte e il germogliare simbolo della vita che rinasce dal seme. In realtà, anticamente, le donne lo preparavano senza rendersi conto di tanto simbolismo, ma eseguivano un processo che si tramandava da padre in figlio. Questa simbologia affonda le sue radici nel periodo romano con riferimento al mito del dio Adone, anche se già era «venerato dalle popolazioni semitiche della Siria e della Babilonia e dai Greci fin dal VII secolo a.C.» (J. G. Frazer, Il ramo d’oro, cap. XXIX), dove vigeva l’usanza dell’offrire al dio dei germogli di grano, “i giardini di Adone”, ossia dei cestini o vasi, pieni di terra, nei quali le donne seminavano frumento, orzo, lattuga e vari tipi di fiori, che poi curavano per otto giorni e allo scadere del tempo, quei recipienti venivano portati via con l’effige del morto Adone e gettati in mare. Per questo il “lavuriddu è conosciuto anche come “giardino di Adone”.

Rita Bevilacqua

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