Barrafranca. , il punto di vista di un cittadino all’estero “Il bene comune viene prima delle appartenenze”.

Premessa
Le riflessioni che seguono non nascono dal fermento quotidiano delle piazze locali, né dalle dinamiche immediate della cronaca cittadina, ma da uno sguardo distante e, proprio per questo, teso alla ricerca di una lucida oggettività. A offrirle è un cittadino di Barrafranca che oggi vive e lavora all’estero, in Germania, ma che non ha mai rescisso il cordone ombelicale con la propria terra d’origine.
Questo intervento non vuole essere una sentenza, bensì un contributo al dibattito pubblico: il pensiero di chi, pur lontano chilometri, continua a seguire con passione e apprensione le vicende politiche del proprio paese. Una prospettiva esterna che, spogliata dalle urgenze della quotidianità, prova a rimettere al centro della discussione il bene comune, analizzando con lo stesso rigore l’operato della maggioranza e il ruolo dell’opposizione. (la redazione).
Di seguito la nota stampa.

Il teatro della politica e il prezzo pagato dai cittadini
Barrafranca è casa mia: è il luogo delle mie radici, dei miei ricordi e di un legame che il tempo e la distanza non hanno mai cancellato.
Chi ama un luogo ha il diritto e il dovere di chiedersi quale eredità vuole lasciare alle nuove generazioni.
Scrivo il mio pensiero politico perché conosco personalmente molte delle persone che rappresentano le diverse espressioni della vita amministrativa, sia nella maggioranza sia nell’opposizione.
La stima e il riconoscimento del valore di chi, con ruoli diversi, contribuisce alla vita politica del paese, mi portano a considerare eventuali critiche o osservazioni come parte di un confronto serio e costruttivo, fondato sul rispetto delle persone e non su pregiudizi o contrapposizioni ideologiche.
La distanza, a volte, regala una lucidità che la quotidianità sottrae. Vivo nel cuore della Germania meridionale, ma continuo a seguire con attenzione ciò che accade nel mio paese. Non lo faccio per nostalgia, ma perché il senso di appartenenza non si misura in chilometri. Ed è proprio questa distanza a rendere ancora più evidente una realtà che dovrebbe preoccupare tutti.
La politica locale sembra essersi trasformata in un palcoscenico dove il confronto ha ceduto il posto alla contrapposizione permanente. Da una parte una maggioranza che, ad oggi, non ha ancora dato concreta attuazione a una parte significativa degli impegni assunti con gli elettori.
È un dato di fatto.
Un programma elettorale non è un esercizio di retorica: è un patto. E un patto si onora con i risultati, non con le giustificazioni.
Allo stesso tempo, il mandato non è ancora concluso e resta il tempo per recuperare, dimostrando con i fatti la volontà di mantenere gli impegni assunti.
Il tempo per dimostrare di essere all’altezza del quinquennio amministrativo esiste ancora, ma non è infinito.
Dall’altra parte, però, non si intravede quell’opposizione autorevole che ogni democrazia dovrebbe pretendere. Troppo spesso la critica sembra essere diventata un fine e non uno strumento. Si denuncia molto, si propone poco. Si rincorre la polemica con una costanza che raramente viene riservata alle idee. E quando la politica rinuncia alla capacità di costruire alternative, smette di essere una risorsa e diventa semplicemente un rumore di fondo.
La sensazione è che si sia smarrito il significato stesso dell’impegno pubblico. Si confonde la visibilità con l’autorevolezza, il consenso momentaneo con la credibilità, il post sui social con l’azione politica. Ma amministrare una comunità richiede ben altro: competenza, visione, responsabilità e, soprattutto, la capacità di anteporre l’interesse collettivo alle convenienze di parte.
La cosa più preoccupante, tuttavia, non è l’inefficacia della maggioranza né la sterilità dell’opposizione. È l’impressione che entrambe abbiano finito per alimentarsi a vicenda, in un equilibrio dove il conflitto sembra più utile della soluzione dei problemi. E quando il dibattito si riduce a uno scambio continuo di accuse, la politica perde la sua funzione più nobile: migliorare la vita delle persone.
Anche noi cittadini, però, non possiamo chiamarci fuori. Troppo spesso pretendiamo una politica migliore senza essere disposti a praticare una cittadinanza migliore.
Fare politica non significa soltanto candidarsi o sedere in Consiglio comunale. Significa partecipare, informarsi, avanzare proposte, pretendere trasparenza e avere il coraggio di esporsi.
Delegare tutto agli amministratori o limitarsi a commentare sui social significa rinunciare a una parte della propria cittadinanza.
Chi si limita ad assistere allo spettacolo non può poi lamentarsi della qualità della rappresentazione.
Il nostro paese merita di più. Merita una maggioranza che governi con serietà e mantenga gli impegni presi. Merita un’opposizione che sappia essere rigorosa senza essere pregiudiziale, critica senza essere sterile, incalzante senza rinunciare alla forza delle proposte.
La politica dovrebbe essere il luogo in cui si costruisce il futuro, non il ring in cui si consuma un eterno regolamento di conti. Perché mentre maggioranza e opposizione continuano a contendersi la scena, il tempo passa, le occasioni sfumano e i problemi attendono risposte.
E il paradosso è proprio questo: nella convinzione di combattere per vincere contro l’avversario, si rischia di perdere tutti. Perde la credibilità delle istituzioni. Perde la fiducia dei cittadini. Perde, soprattutto, il paese.
La politica non dovrebbe chiedersi come mettere in difficoltà l’avversario, ma come lasciare una comunità migliore di quella ricevuta. È una differenza sottile solo in apparenza. In realtà, è la differenza che separa la politica dalla semplice propaganda.
Ivan Salvatore Bennici





