PIETRAPERZIA. La sentenza sul rogo ai familiari dell’ex sindaco

FOTO N° 203 Tribunale di Caltanissetta - Copia

l tribunale di Caltanissetta ha condannato a tre anni di reclusione Vincenzo Monachino, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia esponente di spicco della famiglia mafiosa di Pietraperzia. L’uomo era accusato di essere il mandante dell’incendio che, nel febbraio del 2018, distrusse il casolare rurale appartenente ai suoceri dell’allora sindaco Antonio Bevilacqua, esponente del Movimento 5 Stelle.

I giudici hanno inoltre disposto nei confronti di Monachino l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

L’episodio si inserisce in una serie di atti intimidatori che, secondo gli investigatori, erano rivolti all’ex primo cittadino. Pochi giorni prima del rogo, alcuni colpi di fucile erano stati esplosi contro la sede di un centro di accoglienza che ospitava una ventina di migranti. Già nel 2016, inoltre, ignoti avevano incendiato il portone dell’abitazione dello stesso Bevilacqua.

All’epoca dei fatti il Movimento 5 Stelle aveva espresso solidarietà al sindaco, parlando di intimidazioni legate all’attività amministrativa svolta a Pietraperzia. Secondo gli inquirenti, con la sua azione amministrativa Bevilacqua avrebbe ostacolato interessi e affari illeciti presenti nel territorio.

Intanto l’ex sindaco di Pietraperzia Antonio Bevilacqua dichiara: “Le indagini hanno permesso di risalire ai mandanti dell’atto vigliacco che era stato perpetrato qualche anno fa (nel 2018)”. “Vuol dire – continua Bevilacqua – che gli inquirenti hanno lavorato bene in questi anni, tant’è che, in primo grado, si è avuta questa condanna. Ora speriamo che tale condanna venga confermata anche nei gradi successivi e che, finalmente, Pietraperzia possa voltare pagina e questo serva a far capire che anche tali atti intimidatori non passano in secondo piano rispetto ad altri reati”. Antonio Bevilacqua dice ancora: “La condanna mi riporta indietro a quei tristi e preoccupanti momenti dove, purtroppo, si è spesso da soli a gestire il peso della situazione”. “Ricordo in particolare – aggiunge Antonio Bevilacqua – che, questo secondo atto intimidatorio da noi subito non suscitò un’analoga vicinanza da parte della cittadinanza e, tanto meno, dalle altre forze politiche. Desidero inoltre ricordare che il primo atto intimidatorio lo subimmo nel 2016 allorché ignoti appiccarono il fuoco al portone di ingresso della mia abitazione.   Desidero inoltre manifestare anche il mio rammarico perché, ad oggi, non sono stati ancora individuati gli esecutori materiali del grave fatto intimidatorio”. Antonio Bevilacqua conclude: “Una cosa, in particolare, che mi fa rabbia ancora oggi è ricordare che, dai banchi dell’opposizione dell’allora consiglio comunale, il grave fatto di matrice mafiosa venne derubricato come incidente di normale amministrazione”.GAETANO MILINO

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