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Oggi 24 settembre 2026 ricorre il 315° anniversario della morte del poeta Paolo Maura (24 settembre 1711) uno dei massimi interpreti della poesia satirico-burlesca dell’Isola, capace di mettere a nudo con amara ironia le ipocrisie dei potenti, i vizi del clero e le ingiustizie del suo tempo. Oggi ne ricordiamo il valore letterario, storico della sua poesia satiro-burlesca, capace di trasformare le vicende della prorpua vita in versi in lingua siciliana.

Nato a Mineo, in provincia di Catani il 23 gennaio 1638 da Carlo e Petra Maura, il giovane Paolo si formò presso il locale Collegio dei Gesuiti, acquisendo una solida preparazione retorica e classica. La sua giovinezza fu segnata dall’intensa passione per una ragazza della ricca e potente famiglia Maniscalco. Un amore contrastato con durezza dalla famiglia di lei, che spinse la giovane nella clausura del monastero di Santa Maria degli Angioli e fece arrestare il poeta.

Dopo essersi appostato per giorni sui gradini della chiesa di Santa Maria della Mercede pur di scorgere l’amata – alimentando leggende popolari su arditissime fughe d’amore –, Maura patì una dura prigionia, prima nel carcere di Piazza Armerina e successivamente nella scura e temuta Vicaria di Palermo. Ritornato in libertà nel 1673, convolò a nozze con Doralice Limoli. Ma la serenità coniugale fu stroncata dalla prematura scomparsa della moglie, lutto che segnerà il poeta spingendolo ad isolarsi sempre più nella sua tenuta di campagna in contrada Camuti (il celebre Chianu a Maura).

Proprio a Camuti la tradizione colloca la mitica “Pietra della Poesia, luogo di ritrovo leggendario dove per decenni i poeti dell’Isola si riunirono per improvvisare e recitare versi in lingua siciliana.

In una Sicilia secentesca imbrigliata dal rigoroso controllo della corona spagnola e dall’immobilismo baronale, la poesia di Maura trovò nella satira una valvola di sfogo straordinaria.

Il suo capolavoro resta La Pigghiata (La Cattura), un poemetto epistolare in terzine dantesche composto durante la prigionia. In 575 endecasillabi, il racconto autobiografico del proprio arresto si trasforma in un affresco originale della Sicilia del tempo, popolato da ritratti indimenticabili e spietati di sbirri, carcerieri, opportunisti e falsi poeti.

Accanto al poemetto, la produzione di Maura conta circa 300 ottave in lingua siciliana (Canzuni), dedicate ad alcune grandi tematiche dell’esistenza. Non mancano le opere legate alle grandi tragedie, come la Composizione devota sopra l’Ave Maria, venti quartine in lingua toscana scritte in occasione del terribile terremoto del Val di Noto del 1693.

Riportiamo un’ottava dedicata alla donna amata

Di chi ti vitti, duci miu dilettu,
la bedda libirtà persi ad un trattu;
fusti di l’arma mia lu caru oggettu,
sacru centru di cui stu cori è fattu.
Ma si forsi nun cridi, e vo’ in effettu
di quantu ti dich’iu vidiri in attu,
spaccami e truvirai ntra chistu pettu
pintu a lu cori miu lu to ritrattu.

La memoria di siciliani illustri è un dovere che la società ha nei confronti delle nuove generazioni le quali rischiano di perdere il contatto con le proprie radici e con un patrimonio culturale che è pilastro della storia dell’Isola. RITA BEVILACQUA

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