PIETRAPERZIA. Francesco di Assisi “vissuto” e cantato da AngeloMaddalena,intervista

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T.M.: Angelo Maddalena ha iniziato a febbraio di quest’anno, nell’auditorium dei frati cappuccini di Livorno, la tournée con lo spettacolo Tra Eremo e Strada, teatro canzone di un francescano contemporaneo, anche per rileggere la figura e lo stile di Francesco di Assisi nell’ottavo centenario della sua morte (1226). Dopo Livorno è stato al Teatro Comunale di Nicosia in Sicilia, al Monastero di San Masseo di Assisi, a Conversano in Puglia, a Pistoia… Angelo, qual è stata la data che ti ha coinvolto e sorpreso di più?

A. M. Grazie per questa domanda che potrebbe sembrare scontata ma non lo è: di sicuro la prima nazionale a Livorno è stata importante perché ha aperto il varco, è stato un collaudo, grazie a fra Roberto, custode del Convento dei Cappuccini di Livorno; poi penso a Nicosia dove c’era il teatro pieno (cose mai viste di questi tempi per chi, come me, percorre sentieri di sottobosco, non per vendere un prodotto ma per raccontare qualcosa che viene da dentro). Sia a Livorno che a Nicosia ci sono stati due consacrati, padre Gabriele a Livorno e don Santo Paternò a Nicosia, che hanno espresso quelle osservazioni che io metto nella locandina; anche questo non è scontato da parte di religiosi che riconoscono a un laico un ruolo o un merito comunicativo importante. A San Masseo di Assisi abbiamo raggiunto la cima della soddisfazione a tutti i livelli: numero di persone ma anche la chicca dei giovani americani e il prete anglicano ai quali fratel Nimal traduceva in simultanea alcuni miei brevi monologhi… Ma anche a Messina e a Cinquefrondi, in Calabria, c’è stata una partecipazione e una soddisfazione per certi versi impensabili, anche perché a luglio nel tardo pomeriggio abbiamo sfidato il vento del deserto! (sorride)

T.M.: A proposito di deserto, Francesco di Assisi era andato in Egitto nel 1219 durante una cruenta crociata, e ha incontrato il sultano Malik Al Kamil. Tu, nel tuo libro Welcome in Siria, fai una similitudine tra Padre Paolo Dall’Oglio e Francesco di Assisi; purtroppo padre Paolo è probabilmente stato fatto fuori, visto che non si sa più nulla di lui da tredici anni…

A.M.: Sì, ci sono similitudini fra figure dei nostri giorni e Francesco di Assisi, non solo Paolo Dall’Oglio, ma anche don Tonino Bello, che tra l’altro era terziario francescano. Ma noi viviamo in un tempo povero di memoria e di capacità di attualizzare e ritrovare nella quotidianità certi messaggi antichi e, se ben valorizzati, sempre attuali, appunto. C’è un esempio lampante di cui ho scritto recentemente su Il Giornale di Rodafà: proprio nei giorni in cui ho fatto lo spettacolo ad Assisi, girando per la città ho osservato una presenza troppo “insistente” di Carlo Acutis (negozi pieni di gadgets, libri e quadretti…), e questo è strano perché, al di là di tutto, perché Carlo Acutis era troppo giovane per poter essere assimilato a Francesco di Assisi, mentre un Paolo Dall’Oglio e un don Tonino Bello potrebbero darci molti più spunti per attualizzare il messaggio di Francesco. Ma a qualcuno fa comodo, evidentemente, non affrontare i nodi religiosi, politici, militari che ci coinvolgono e ci attanagliano, quindi si preferisce buttarla sull’emotivo, sul vago, a Roma direbbero: buttarla in caciara.

T.M.: A proposito di attualizzazione, nel libro Confessioni di un agitatore di acque stagnanti, intervista di Giuseppe Moscati ad Angelo Maddalena, da poco uscito, Moscati ti fa delle domande proprio riguardo all’attualizzazione del messaggio di Francesco oggi, nel tuo vissuto quotidiano e anche perché due anni fa hai vissuto in alcuni eremi, prima in Calabria e poi in Toscana…

A.M.: Sì, Moscati mi ha fatto delle belle domande e spero di aver dato risposte congrue, lascio il giudizio a chi leggerà il libro. Devo aggiungere e ringraziare Stefano Sodaro, direttore del Giornale di Rodafà, che sta pubblicando diverse mie riflessioni su questo argomento, l’ultimo è stato pubblicato due settimane fa, è una recensione del libro di Primo Mazzolari,Francesco di Assisi, un uomo libero.

T.M.: Ecco, chiuderei con questa domanda: tu hai scritto la canzone Pani picca e libertà ma anche, più recentemente, Camminando si apre cammino, che dà il titolo al tuo ultimo album del 2025, e poi anche Grazie nudità: in quelle canzoni chiami in causa esplicitamente Francesco di Assisi ma anche Arturo Paoli, David Maria Turoldo… Che idea ti sei fatto della povertà come libertà, in questo ultimo periodo di “studio” di Francesco?

A.M.: SuAvveniredi oggi [25 luglio] c’è un bell’articolo sulla precarietà di Francesco di Assisi che diventa libertà, ma soprattutto c’è una specifica: il non voler possedere e il rifiutare proprietà e sicurezze mondane e borghesi, non è tanto importante per la radicalità in sé di certe scelte, quanto per le conseguenze: solo spogliandosi ci si può aprire all’altro, alla provvidenza, a Dio. “Da troppa sicurezza non nasce l’inatteso”, dice una strofa della mia canzoneGrazie nudità, ma questo spunto lo sviluppo in molti miei scritti recenti, anche nell’ultimo numero di Rodafà [che uscirà tra oggi e domani], ma soprattutto mi fornisce l’occasione per raccontare un aneddoto vissuto da me circa dodici anni fa quando, con la bicicletta, ho preso la nave da Genova a Palermo. L’articolo diAvveniresulla precarietà che libera parla proprio di evitare l’“autonomia” e l’“autosufficienza” (gli eccessi, ovviamente) per potersi aprire agli altri e a Dio.

Ricordo che incontrai altri due ciclisti veneti che venivano in Sicilia in bicicletta, ed erano sulla nave con me. Poi ci ritrovammo a pedalare tra Palermo e Scopello, e successe un fatto illuminante, a me in un giorno e a loro il giorno dopo (io li aspettavo perché ero partito prima): un guasto della bici e un altro imprevisto rischiarono di bloccare il nostro cammino, con la differenza che io non avevo nessun arnese che mi rendesse “autonomo” da un punto di vista tecnico, loro erano fin troppo “autonomi”, ma io trovai la svolta chiedendo aiuto a uno della forestale che mi portò a me con tutta la bici fino alla casa sulla montagna dove dovevamo andare, loro non hanno saputo chiedere aiuto, per timidezza, per disabitudine, per troppa “autonomia”, sta di fatto che rimasero bloccati.

T.M.: Di cosa hai paura? Nel libro intervista dici di aver dovuto superare una certa tendenza al pauperismo oltranzista…

A.M.: Io, come racconto nel mio spettacolo, ho vissuto la dimensione e lo stile di Francesco in quanto giullare, che sceglie la povertà volontaria e la precarietà per vocazione e per mestiere. Paolo Rossi, l’attore di teatro, dice che gli artisti veri conoscono e scelgono la precarietà da sempre, non solo la precarietà del lavoro degli ultimi decenni, che è a un altro livello. Ti confesso che temo, a volte, di perdere la dimensione dell’abbandono all’altro e dell’apertura alla provvidenza; di contro mi salva il fatto di viaggiare con uno stile francescano (come mi ha detto un anno e mezzo fa il grande padre Alberto Maggi) e il fare l’artista con questo stesso stile. Per esempio, dalle suore salesiane, come in quasi tutte le date, mi affiderò al contributo libero dei partecipanti, ma ciò non toglie che sto attento a non adagiarmi troppo su possibili ed eventuali “sicurezze”, e ricordo con affetto quello che ci disse una volta Lillo Zarba, poeta ed educatore nostro compaesano, morto nel 1998: “L’uomo finisce dove finisce il bisogno”.
GAETANO MILINO

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