Oltre il silenzio: capire la tragedia del Confine Orientale

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Per decenni, la storia del confine orientale italiano è rimasta sospesa in un limbo di omissioni e imbarazzi, simile a quella che il Presidente Sergio Mattarella ha definito una “pagina strappata” nel libro della nostra memoria nazionale. Dietro il lungo oblio che ha avvolto le vicende del 10 febbraio, non si nasconde solo un trauma locale, ma una complessa trama di tensioni etniche, ideologiche e geopolitiche che hanno segnato il passaggio dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra Fredda. Oggi, ricomporre quella pagina non significa solo commemorare, ma analizzare i dettagli di una tragedia umana che per troppo tempo è stata sacrificata sull’altare della convenienza diplomatica.

La doppia natura della violenza: dalla rivolta popolare al terrore di Stato

Per comprendere gli eccidi occorre superare l’immagine di una violenza indiscriminata e senza tempo. La storiografia distingue infatti due fasi profondamente diverse. Quella del 1943, successiva all’armistizio, ebbe i tratti di una jacquerie: una rivolta spontanea, tumultuosa e brutale delle popolazioni rurali slave contro le classi dirigenti italiane, viste come oppressione fascista e sociale.

Ben diversa fu la violenza del 1945, scatenata dall’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e Fiume. In questo caso, non si trattò di furia cieca, ma di una “epurazione preventiva” scientificamente orchestrata dall’OZNA (la polizia segreta di Tito). L’obiettivo non era più la sola vendetta, ma l’eliminazione sistematica di chiunque potesse ostacolare l’annessione territoriale alla Jugoslavia comunista. In questo senso, il termine “Foibe” è diventato un simbolo potente che però rischia di nascondere una realtà più vasta: la maggior parte delle vittime non finì nei baratri carsici, ma perì di stenti, malattie o esecuzioni sommarie nei campi di prigionia, come il famigerato campo di Borovnica, o durante estenuanti marce di deportazione.

“Per estensione i termini ‘foibe’ e il neologismo ‘infoibare’ sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi.”

La “nervatura dello Stato”: chi erano le vittime

Esiste un mito persistente secondo cui la violenza colpì esclusivamente i gerarchi del regime. La realtà dei documenti ci consegna invece un quadro di quella che potremmo definire la “nervatura dello Stato”: persone comuni la cui unica colpa era rappresentare la continuità della presenza italiana.

La violenza si abbatté come un setaccio ideologico su postini, insegnanti, impiegati comunali e sacerdoti, come Don Francesco Giovanni Bonifacio, ucciso e mai ritrovato. Furono prelevati dalle loro case circa 250 carabinieri, spesso giustiziati dopo processi sommari. Accanto a loro caddero antifascisti e autonomisti che, pur avendo avversato Mussolini, non erano disposti ad accettare il nuovo totalitarismo di Tito. Queste persone non erano bersagli casuali, ma i garanti di un’identità civile che il nuovo regime voleva sradicare per rendere l’annessione un fatto compiuto e irreversibile.

L’Esodo: un rifiuto universale del totalitarismo

La tragedia non si esaurì con la fine dei massacri. Tra il 1941 e il 1956, tra le 250.000 e le 350.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case in Istria, Fiume e Dalmazia. È un dato spesso trascurato, ma fondamentale per universalizzare questa tragedia, che tra i profughi non c’erano solo italiani: circa 45.000 erano sloveni e croati.

Questa migrazione di massa non fu dunque solo un movimento etnico, ma un plebiscito silenzioso e doloroso contro il regime totalitario. In Italia, l’accoglienza fu spesso segnata dall’amarezza. In un clima di esasperazione ideologica, i profughi furono talvolta accolti con ostilità e ingiustamente etichettati come “fascisti in fuga”. Emblematici i casi dei “treni della vergogna”, dove la solidarietà nazionale venne meno a causa di una lettura politica distorta che negava la dignità di chi aveva perso tutto pur di non rinunciare alla propria libertà.

La congiura del silenzio e il ruolo di “Stato cuscinetto”

Perché l’Italia ha impiegato sessant’anni per istituire il Giorno del Ricordo? La risposta risiede nelle brutali necessità della Realpolitik durante la Guerra Fredda. Dopo la rottura tra Tito e Stalin nel 1948, la Jugoslavia divenne un prezioso “Stato cuscinetto” per l’Occidente in funzione antisovietica.

L’Italia scelse di sacrificare la memoria dei propri cittadini sull’altare della stabilità internazionale. Riaprire la questione del confine orientale significava non solo disturbare un alleato strategico della NATO, ma anche ricordare all’opinione pubblica nazionale il peso della sconfitta bellica. Come ricordato nel 2007 dal Presidente Giorgio Napolitano, si trattò di una cecità politica alimentata da calcoli diplomatici che preferirono l’oblio alla verità.

“Va ricordata la ‘congiura del silenzio’, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio. Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali.”

Una riconciliazione nata dal consenso nazionale

Nonostante le ferite ancora aperte, il Giorno del Ricordo, istituito con la Legge 92/2004, rappresenta uno dei momenti più alti di riconciliazione nazionale della storia repubblicana. La legge fu approvata con una maggioranza schiacciante, pari al 98% del Parlamento, segno che la memoria delle Foibe e dell’Esodo era finalmente pronta a diventare patrimonio comune, oltre le appartenenze di parte.

La scelta della data, il 10 febbraio, è simbolica: ricorda il Trattato di Parigi del 1947, il momento del distacco definitivo dei territori istriani e dalmati dall’Italia. Oggi, istituzioni come il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata di Trieste e l’impegno costante nelle scuole lavorano per garantire che quella “pagina strappata” venga definitivamente incollata di nuovo nel libro della nostra storia, non per alimentare nuovi nazionalismi, ma per onorare la verità.

Conclusione: Verso una casa comune

Guardare oggi al confine orientale significa riconoscere che il dolore non ha colore politico e che le vittime meritano tutte pari dignità. Il superamento degli odi del Novecento passa attraverso la consapevolezza che queste vicende sono parte integrante di una storia europea condivisa.

Come ha sottolineato il Presidente Mattarella, la “comune casa europea” è l’unico orizzonte in cui le ferite del passato possono finalmente rimarginarsi, lontano da logiche di pulizia etnica e intolleranza. In un mondo che torna a vedere i confini come barriere, resta una domanda fondamentale: come può una memoria condivisa, che non nega le colpe del passato ma riconosce tutte le vittime, aiutarci a costruire un’identità europea più solida e consapevole?

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