BARRAFRANCA. La storia dell’unico “BURGIU” rimasto
Il 13 dicembre la Chiesa celebra e festeggia una delle martiri più amate di siciliani: stiamo parlando della vergine siracusana Santa Lucia (283.-304). Come ricorda il Messale Romano è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano e il suo culto è già testimoniato dal V sec. d. C. Il martirio avvenne il 13 dicembre 304, sotto il dominio di Diocleziano. Antecedente all’introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio invernale (da cui il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia), ma non coincise più con l’adozione del nuovo calendario.
Per l’occasione, LA CHIESA MADRE DELLA DIVINA GRAZIA DI BARRAFRANCA LA SERA DEL 12 DICEMBRE 2025 A PARTIRE DALLE ORE 19,00 PROCEDERÀ ALL’ACCENSIONE DEL TRADIZIONALE “BURGIU” IN ONORE DI SANTA LUCIA. Si tratta di una tradizione barrese molto antica che, dopo la costruzione della rete del gas metano in paese, è quasi scomparsa, poicchè dovevano essere realizzati fuori dal perimetro urbano. Nonostante tutto, i fedeli della Chiesa Grazia, nel “Campetto sportivo Totò Faraci” antistante la Chiesa, hanno portato avanti questa tradizione.

STORIA– Il falò a Santa Lucia in dialetto barrese è chiamato “burgiu“, termine che deriva dal termine dialettale ‘mburgiare ossia l’atto che, una volta, facevano i contadini di ammassare la paglia, da conservare per l’inverno. Secondo gli anziani il burgiu rappresenta la Santa che bruciò tra le fiamme. Infatti, un’antica tradizione vuole che Lucia si trovasse tra le fiamme ardenti e poi, per miracolo, sia rimasta illesa. Simboli di purificazione, i falò hanno assunto un ruolo preminente nelle feste religiose, retaggio di un antico pensiero pagano che vedevano nella loro luce e nel loro calore, il mezzo per schiacciare i demoni, infestanti la realtà umana. Torniamo a Barrafranca. Prima dell’arrivo del metano, i falò si preparavano dentro il paese. A prepararli erano i bimbi e i giovani dei vari quartieri che andavano a raccogliere, alcuni giorni prima, rami, stoppie che serviva per la copertura di una base fatta di canne legate in cima e disposte a forma di cono. Venivano costruiti coprendo con un manto di paglia una struttura di canne legate in cima e disposte a forma di cono. Al suo interno venivano posti dei cespugli di asparago (sparacogni) che bruciavano, scoppiettando. Attualmente la catasta di legna, a forma conica, viene realizzata ammassando legname, prevalentemente d’ulivo, attorno ad una trave, sulla cui cima veniva posizionato un pupazzo, a simboleggiare la Santa.
DOPO L’ACCENSIONE DEL “BURGIU” CI SARÀ LA DEGUSTAZIONE DELLA TRADIZIONALE “CUCCÌA”
Un’antica tradizione siciliana in onore di Santa Lucia è il consumo di un piatto gastronomico conosciuto come “cuccìa”. Si tratta di un piatto povero realizzato con del grano bollito. A Barrafranca si usa mettere il grano in ammollo il giorno prima o la mattina del 12 dicembre. Anticamente il grano era “scanalato”, ossia il grano rigonfio di acqua veniva sfregato “nu canali” (antica tegola di terracotta girata dalla parte più ruvida), per eliminare le spoglie. Poi in grandi “cadaruna” era bollito a lungo e consumato solo con un filo di olio. C’è chi usa condirlo con legumi, tradizione che si ritrova in altri paesi siciliani. Gli anziani barresi sostengono che la vera “cuccìa” è quella semplice, condita con un filo d’olio. In un’intervista realizzata nel dicembre 1996 dal professor Ignazio E. Buttitta ad alcuni anziani barresi sul consumo della “cuccìa”, questi rispondono: «C’è quello che segue l’uso antico: Santa Lucia era vergine e la dobbiamo mangiare bollita; c’è quello che non ci tiene al fatto della verginità e la condisce diversamente con ciò che gli piace, ma la vera cuccia è quella con il solo frumento, logicamente con un po’ di olio». Prima di essere utilizzata come piatto rituale legato a santa Lucia e consumato solo quel giorno, a “cuccìa” era un piatto usato comunemente dai contadini, poiché piatto povero e di facile preparazione.

STORIA– Tante sono le ipotesi da cui deriva il termine. Alcuni ritengono che l’etimologia derivi dall’arabo kiskiya polenta di grano, o dal greco kokkìa frumento bollito. Secondo altri invece, deriverebbe dal termine “cuccìu” (ossia chicco in siciliano) di grano. Mentre la derivazione di “cuccìa” dal greco ta ko(u)kkía (i grani) è ormai definitivamente accertata e sostenuta unanimemente dagli studiosi moderni.
Secondo la tradizione conosciuta come “Il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646”, il 1646 fu un anno particolarmente calamitoso per la Sicilia a causa di una grave carestia, aggravatasi per la minore disponibilità di carne in seguito ad una moria che distrusse quasi tutti gli allevamenti bovini. Siracusa era allo stremo. Allora il vescovo monsignor Francesco Elia de’ Rossi chiamò il popolo alla preghiera, facendo esporre, sull’altare maggiore della cattedrale, l’argenteo simulacro di santa Lucia e indusse 8 giorni di suppliche. La mattina del 13 maggio 1646, mentre la cattedrale era gremita per la messa solenne, fu vista aleggiare una colomba tre o quattro volte finché si posò sul capo del vescovo. Quasi all’istante si sparse la voce che una nave carica di grano e legumi era approdata nel porto di Siracusa. La folla si commosse, gridò al miracolo e ringraziò santa Lucia. Per poterlo consumare immediatamente, il grano non fu macinato ma bollito e mangiato. Da allora si associa il consumo del grano bollito alla festa di santa Lucia. In realtà li consumo di grano bollito ha radici molto più antiche. Grano mescolato con latte si mangiava e si mangia anche in Egitto e in Tunisia. Questo piatto si chiama “kesc”. La cuccìa risulta parente stretta anche della kóllyva greca, una vivanda a base di «grano cotto, spesso mescolato con chicchi di melograno, di uva passa, farina, zucchero in polvere, ecc., che si porta su un vassoio in chiesa alla fine di una messa di requie e si distribuisce ai presenti a glorificazione dei defunti», e della kutjà russa, che era a base di grano (o miglio, orzo, riso) bollito. L’esistenza della cuccìa, o di un cibo equipollente nella sua essenza, è certamente molto più antica della prima attestazione scritta, che troviamo nel Vocabolario siciliano e latino di Lucio Scobar stampato a Venezia nel 1519, dove cuchia (il digramma che era pronunciato c in antico siciliano) è chiosata “triticum decoctum” (grano bollito). La cuccìa mette in gioco un doppio rapporto da un lato con la Santa e dall’altro (e più antico) con le potenze del sottosuolo cui si chiede protezione per il raccolto futuro…. un rapporto con i morti. Non a caso in molti paesi siciliani e pugliesi la cuccia si fa anche per i morti ed è detta grano dei morti. Nella Sicilia contadina si credeva che fossero i morti a rendere possibile la germinazione del grano spingendo il seme da sottoterra e non a caso essi si festeggiavano all’inizio della semina e si scacciavano sotto terra, ritualmente, soltanto in seguito. I morti e i santi erano le figure necessarie perché “tutto andasse bene” nei campi, e bisognava ingraziarseli. Santa Lucia, patrona contro le carestie, è onorata nel modo più classico: si consumano in suo onore abbondanti provviste perché non manchino quelle nuove, perché i campi producano il necessario, perché torni il grano nelle dispense. Un po’ come San Giuseppe apre le porte alla rinascita primaverile, e le sue tavole ornate fanno mostra di fertilità perché la terra si svegli, così Santa Lucia prefigura quella rinascita mantenendo in potenza i prodotti. L’ipotesi del significato augurale della cuccia è confermata da alcuni usi a essa connessi: si prepara per voto personale e si distribuisce ad amici e parenti in recipienti che devono tornare al proprietario sporchi e mai lavati (toglierebbe Provvidenza) o può essere benedetta in chiesa e consumarla sul posto, in atto devozionale. RITA BEVILACQUA
(FONTI: Alberto Vàrvaro, Vocabolario etimologico siciliano, Palermo, 1986, vol. I, s. vc; Luigi Milanesi, Dizionario Etimologico della lingua siciliana, Mnamon, 2015; Maria Ivana Tanga, Il Grano e la Dea, aprile 2018; Vladimir Ja. Propp, Feste agrarie russe, Bari, 1978; Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi funebri in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano, 1878; Nuova edizione a cura di Alfonso Leone pubblicata col titolo Il vocabolario siciliano-latino di L.C. Scobar, Palermo, 1990; Ignazio E. Buttitta, Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, 1999. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)